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Lilly non si può clonare

 

TIVOLI - Pacchi, donne, gatti in terracotta, marmo e travertino come anche foto e racconti immaginati, dal 26 Giugno hanno riempito le Scuderie degli Estensi di Tivoli e dato vita a Lilly non si può clonare una retrospettiva su Leonetta Marcotulli curata dall' Associazione culturale “Arte, Cultura e Territorio”, presentata da Duccio Trombadori e con il Patrocinio della Regione Lazio, Provincia di Roma, Comune di Tivoli e Comunità Montana dell'Aniene.

Le sculture di Lilly si potrebbero immaginare affiorare lentamente dal buio, appena illuminate da coni di luce infastiditi da un leggero pulviscolo. Ma forse loro, quelle donne, quei gatti, quei pacchi, sarebbero infastiditi da tanto protagonismo preferendo l'essenzialità della loro intensa intimità.
E' la prima volta infatti che delle opere sembrano fare una concessione ad un'artista, farle il favore di restare  immobili per qualche giorno a farsi guardare, solo per ricambiare l'eterna amicizia che hanno con chi generosamente le ha portate al mondo e si è preso cura di loro.
Alle “Scuderie Estensi” ora che c'è Leonetta Marcotulli ci si sente un po' invasori  di un legame gentile e privato che si conduce con empatica complicità, tanto che si vorrebbe attraversare le sale in silenzio insinuati del leggero presentimento di trovarsi nell'esistenza di qualcun'altro.
Solitamente infatti le retrospettive raccontano la vita di un personaggio della cultura, riorganizzandola per identificare i suoi momenti più significativi: le opere della Marcotulli sembrano però sfuggire a qualsiasi tentativo di razionalizzazione, non riescono ad essere poste nel tempo perchè appaiono un fenomeno presente che parla della propria contemporaneità. Quelle donne pensose danno l'impressione di non essere finite nonostante la completezza delle linee, sembrano vivere l'amore e maturare la nostalgia del ricordo; i gatti, scolpiti dall'artista per curare la mancanza di quelli che aveva avuto, si potrebbe immaginare vederli miagolare sul proprio davanzale o dimenarsi intorno a quei pacchi in attesa di essere spediti. Tutto si lascia immaginare come un mondo immobilizzato per un momento che, non appena è lontano dallo sguardo dello spettatore, si ricomincia a muovere, agitato dalle necessità vitali più umane.

Per Lilly infatti la scultura appare un'esigenza che nulla ha che fare con la costruzione di un'identità spendibile e né tantomeno con il profitto:i suoi lavori si presentano come i compagni di esistenza di un'artista che non guarda all'arte per garantirsi un  ruolo nel mondo ma che la usa per costruirsi qualcosa che l'accompagni attraverso la Storia e il viaggio della Marcotulli è già stato lungo: nata a Roma nel 1929, ha vissuto parte della sua vita a Caracas dove ha, tra le altre cose, coltivato una passione per l'automobilismo che l'ha portata a partecipare a diverse gare di Gran Turismo con la sua “Giulietta Sprint”.  Ma poi è tornata a Roma dove, come dice lei stessa, ha  accompagnato tre generazioni d'artisti. Il suo studio di via della Lungara nelle sue parole è stata “un'oasi che ha visto nascere per gioco o per miracolo, tra una risata , una spaghettata ed una lite all'ultimo sangue, resa corposa da un vino antico, progetti opere ed artisti, che ne hanno travalicato i confini assumendo una forza che allora sarebbe sembrata utopia”. Per di lì infatti sono passati nomi come Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Massimiliano Fuksas, Valentino Zeichen, Duccio Trombadori e tanti altri.
Sicuramente la doppia origine italiana e sudamericana della Marcotulli come la frequentazione dell'importante ambiente artistico degli anni '70 hanno influenzato in parte la fisionomia del suo lavoro ma la sua sincerità impone il travalicamento di qualsiasi categoria: i suoi lavori esprimono l'unicità di un'esistenza privata che oscilla tra la necessità di narrare i luoghi frequentati, le esperienze vissute e le immagini conservate e quella di preservarsi in un elegante e silenziosa intimità.
Le sculture di Lilly sono vibranti di una contraddizione per cui se da una parte cercano di fermare il tempo descrivendone un momento dall'altra intendono l'impossibilità di circoscrivere ogni istante senza comprometterne la ricchezza. Le sue donne ci dicono che riflettono ma su che cosa lo tengono segreto, i suoi gatti  vogliono esistere ma non si sa cosa hanno fatto un momento prima, i suoi pacchi hanno attraversato il mondo ma non si sa che cosa contengano.
Tutti i lavori di Lilly parlano e tacciono, tutti sono attraversati dall'energia e dal rumore di una vita, la sua.

Asia Leofreddi

 
 
Nodo d'amore
 
“Leonetta Marcotulli sorprende per l'effetto di gentilezza e luminosità che sa imprimere alle sue creature, tutte pensate e confezionate nei loro contorni come se il loro equilibrio dovesse riuscire a contenere tutta l'effusione sentimentale che l'artista vi ha impresso. In questo piccolo grande cimento espressivo si avvalora e si precisa lo stile di Lilly che così ci rende partecipi dell'amore per il sempre verde fiorire della vita, tanto bene ed efficacemente tradotto nei "pensieri visivi a tre dimensioni" in cui si riassume il pregio della sua maniera di modellare.”
Duccio Trombadori

 

 

Le sculture di Lilly Marcotulli come uscite dal sogno 

Un "ricordo" fatto di creta

Donne immerse nel pensiero

 

LILLY MARCOTULLI è un "ricordo di creta". La creta sulla quale le sue mani "soffiavano" oggetti muliebri usciti dal sogno o dall'incubo. Vestali di un passato che richiama civiltà precolombiane, Americhe lontane geograficamente e temporalmente. Catturate in slanci leggiadri o mummificati nella proiezione forse dell'orrore. Da quegli enigmi quasi ancestrali, a poco a poco le sue figure sono emerse in corpo e consistenza, disciolte in movenze più prossime al quotidiano.

Ed ecco le sue donne di adesso. Ravvolte, accartocciate, misteriose come fiori non schiusi. Immerse nel pensiero, nella riflessione o più semplicemente nell'amore: punti interrogativi, rebus sospesi dai quali si attende ancora risposta o soluzione. Gomitoli di membra in posizione di difesa, racchiusi, gelosi di sé, scrigni ostinati, ma dolci, di grimaldelli della vita. Viandanti non occasionali, non certo definitive nel lento faticoso progredire in chiave freudiana. Sculture mobili-immobili, virgole delle litanie interiori di una donna in divenire. In un'analisi continua. Dove l'opera rimuove paure e consolida certezze.

Ruggero Marino

 

 

Personale di

Lilly Marcotulli

Studio del Canova - Roma

 

Un buon riassunto di emozioni, Lilly, il tuo lavoro, e di impressioni ricevute. Non saprei dirti altro, io, che le ho provate pensando alle donnine scabre, accoccolate in atto di vibrata compassione, e silenziose, come per l'attesa o l'ansia di mirare un lembo di armonia, la vita così ostile ad essere, magari per un attimo, fermata. Ma in quel silenzio, assai devozionale, rappreso nelle crete disseccate, io vedo anche le luci, i gesti misurati, l'accenno di una azione ben pensata, passaggio della vita che si posa sul corpo femminile e lo risveglia "con aria di nuotare", come i fantasmi di Breton, la cui sostanza un poco entra nell'amore e lei, la giovane, la "bella sconosciuta", li accoglie nel suo seno. E’ forse predicando "l'amour fou", che hai posto mano, Lilly, alle virtù del plasticare, per quella vigoria che induce nelle mani, ed incita a "formare". Come diceva la Raphael, felina ed istintiva, che mi appare, pensando al tuo lavoro: "...stava inginocchiato molto strano, la testa china sopra il suo lavoro e pensava... e mi venne una voglia matta di farlo spogliare e modellare". Le emozioni, Lilly, sono cosa rara, e spesso le provano per noi: o meglio le "sopportano" per noi, avrei dovuto dire, se è vero che nulla si conosce se non a prezzo di passione, o di dolore. La tua scultura, per me forte e gentile, si compone di scatti e sintesi formali, e le impressioni, tutte, ce le fa sentire. Un sentimento elementare della vita, gioco di antiche verità, nulla più di questo segnala l'eterna giovinezza, un mito, al quale volentieri ci si offre in sacrificio: la forza originale, la virtù di creare, o l'energia che prima di esprimersi contrae, un volto, due braccia sollevate, o tese in avanti, incrociate alle gambe, forti, pronte ad abbracciare. C'è molta felicità, nelle figure che componi, Lilly, e molta "memoria": e proprio questo attrae, per quel sottile velo di malinconia, che non è un velo, ma il volto stesso di ciò che piace, e nel tuo lavoro si fa amare. Più avanti, forse, andrai con il "mestiere". Non perdere, ti prego, la semplice virtù di riversare - in un bozzetto, in un modello, nella molle creata - un fascio di emozioni, lasciandole vedere. Ma io, ne sono certo, già ti vedo più esperta, raffinata, e ancora più capace di cantare, "sempre giovane", il tuo motivo malinconico e di amore.

Duccio Trombadori

 

 

Personale di

Lilly Marcotulli

Studio del Canova - Roma

 

La scultura non é solo immagine, non può solo sembrare, deve, quando é tale, essere "cosa", fenomeno, essere insomma per intero, essere veramente, al di là di quello che in prima istanza può sembrare. Così, io credo, siano le sculture di Lilly Marcotulli.

Per questo, a me uomo, le donne di Lilly hanno finito per suggerire, poco a poco, una riflessione più sottile su quanto era in me, come idea indotta del corpo femminile e quanto invece é in se il corpo della donna. Questo é potuto accadere perché le sculture di Lilly, le sue "donne", sono archetipi, non nel senso e significato brancusiano di forma primaria ricondotta all'essenzialità univoca e sola dell'origine, ma nei modi in cui, forse, Marini, (i paragoni parlando di scultura siano permessi), pensava nel suo fare, agli uomini e alle cose: ogni volta uniche e sole, colte non nella somiglianza o nell'apparenza, ma nell'essenza irripetibile del fenomeno. Anche le donne di Lilly hanno in loro del fenomeno l'essenza: nate per essere se stesse, sono quelle, é quella donna, non può essere un'altra, anche li dove un'apparenza le riporta ad una sola superficiale somiglianza fra loro. A me oggi, uomo (sotto il bombardamento incessante dell'immagine della donna ripetuta ossessivamente nella società della merce) la frequentazione dello studio di Lilly Marcotulli, la sua serena amicizia di donna, più di tanti discorsi, mi ha fatto comprendere che al di là del subdolo messaggio mercificato dell'eros con cui la società odierna costringe alla conformazione di uno stravolto giudizio ogni uomo, e forse poi pure ogni donna, vi é altro che conta, vi é altro che il corpo della donna rappresenta al di là del giudizio egemone che l'uomo ne dà. Questo altro é un'indicibile essenza di se che nulla ha a che vedere col doppio rapporto che l'eros instaura: é la essenza naturale dell'essere che non dipende da null'altro se non dall'essere in se. Così le donne di Lilly, ma anche i suoi rari uomini, sembrano adesso a me, portare tale indicibilità nel silenzio pensoso dei loro atteggiamenti, nel silenzio raccolto di una attesa che non pone domande ne attende risposte: semplicemente é.

Duccio Staderini

 

 

Le donne di Lilly

 

Ad un esame, magari introspettivo, ma superficiale, la scultura di Lilly Marcotulli (amica irripetibile ed unica) potrebbe sembrare una iterazione del mito di Narciso. E chi non lo ricorda? Innamorato fino allo spasimo della sua immagine, tanto si specchiò nella fonte sino a trovarne morte. Gli Dei dell'Olimpo, misericordiosi, lo trasformarono nel fiore omonimo. Non credo, tuttavia, che Lilly sia a tal punto conquistata dalla sua proiezione muliebre. Certo è, però, ch’ella predilige le figure femminili. Poche volte, infatti, nella sua scultura ricorrono i torsi o le sembianze degli uomini. Forse, più che di una predilezione si tratta di un vezzo. Tutto femmineo. Tutto intriso di leggiadria, s'intende. Il corpo dell'uomo, messo a nudo, secondo me è ridicolo. La perfezione, la sintesi, la bellezza e la medesima perfezione bisogna necessariamente cercarle nell'immagine femminile. Gli ingredienti della scultura (dal giorno, lontanissimo, che il mondo diventò civile) è d'uopo scoprirli qui. Un coacervo, sia pure estenuante, di concetti distillati e passati al vaglio attraverso lo scorrere lento degli anni: dalle antiche civiltà mesopotamiche ai nostri giorni, ricchi dei capolavori di Brancusi, Rodin, Martini e Marino Marini. Certo, la scultura di Lilly è sopra tutto memoria; memoria delle favole belle e mai scritte e delle parole: pensate e non composte.Il suo oggetto, quasi un transfert (mai, però, nel senso freudiano) è la creta; la materia con la quale Iddio plasmò l'uomo alitandogli sopra per dargli un'anima. Cioè, l'essenza profonda e indistruttibile della stessa nostra esistenza. Fatta, nel punto più sublime (quand'è raggiunto) di bellezza indeclinabile. Lilly si esprime egregiamente. Le sue sculture rappresentano il simbolo stesso della perfezione. Slanciate, eleganti e arcuate il tanto che basta per segnarne i limiti e i confini. Suppongo che, se fosse vissuta in tempi diversi e più interessanti e interessati alle opere d'arte, Cellini l'avrebbe tenuta in grande considerazione. Non sembri un'iperbole né un paradosso. In pittura, certi raffronti non sono affatto consentiti; apparirebbero, anzi, del tutto assurdi. Se invece si parla di scultura, sì. Eccome! Sono addirittura icastici. Tutta la gentilezza e la sensibilità di Lilly Marcotulli si ritrovano nelle sue opere. La malinconia, a ben guardare, le invade. Ma questo non è un difetto. Forse, l'artista abbonda di romanticismo. Non certo come fatto di maniera. Bensì come un soffermarsi, brevemente, su certi canoni classici dai quali prendere slancio per decollare verso cieli più tersi. Una scultura, in definitiva, decorosa e corroborante. Che, indubbiamente, invita anche a riflettere sulle nascoste e imprevedibili sorgenti dell'arte; quand'esca, senza alcun infingimento o fronzolo, è arte pura.

Michele Calabrese

 

 

Lilly tra ‘vuoto e pieno’

 

Conosco Lilly Marcotulli da molto tempo; per certi versi devo dire che è in parte responsabile della scelta del mio lavoro: frequentando il suo studio in via della Lungara, alla fine degli anni settanta, ho avuto modo di conoscere a fondo il lavoro di quegli artisti che lei incontrava come amici, e io ammiravo come maestri e artefici di un rinnovato linguaggio della vitalità dell’arte: Mario Schifano, Tano Festa e Franco Angeli. In quegli anni, la dimensione materica del suo lavoro proponeva le ‘rimembranze’ di una suggestione arcaica: i suoi ‘idoli di pietra’ nascondevano ancora tracce indelebili di un passato non ancora trascorso, rivelavano insomma la sua storia. Una storia destinata ad evolversi, ad arrivare lontano; Lilly evoca con la scultura, la dimensione onirica di luoghi ‘vissuti’, di atmosfere ‘frequentate’, di spazi ‘familiari’ che sono conosciuti perché ‘visti’; ma nello stesso tempo sono anche ‘luoghi dell’anima’: immagini create dalla fantasia e dai ricordi di una realtà guardata con affetto e goduta attraverso lo sguardo della lontananza. Mi piace guardare ora una foto di Lilly Marcotulli ripresa mentre lavora alle sue sculture, il volto compare all’interno dello spazio vuoto, e la foto rimanda subito al concetto del guardare ‘attraverso’: quando l’artista guarda dentro allo spazio ‘vuoto’ è la scultura che inquadra il volto? Oppure la forma è soltanto il supporto di un vedere che va ‘oltre’. Certo l’anima di un artista rispecchia sempre le sue origini, e Lilly ha un’origine doppia, e di conseguenza anche l’anima è duplice: Roma e Caracas giocano un ruolo determinante nella sua personalità; la storia antica e il mondo nuovo si percepiscono a vicenda e si completano. L’approdo al linguaggio della scultura esprime con la maturità una padronanza della tecnica che rivela, nella profondità del chiaroscuro, il peso e la posizione di un costante equilibrio armonico. Partendo da zero, dalla materia inanimata, l’artista sfugge immediatamente alla trappola strutturale cubista o costruttivista; non si tratta più di organizzare dei piani, delle superfici o dei volumi in maniera ritmica; Lilly adotta la concezione dinamica della continuità dei contorni e dei volumi; e simultaneamente apre a delle forme plastiche sospese che lasciano circolare lo spazio esterno nello spazio interno.

La circostanza di questo ritorno permette quindi un'analisi più attenta dell'opera di Lilly Marcotulli: l'occhio non vede altro che l'occhio, sostiene Novalis; ma la distanza del tempo riesce ad avvicinare frammenti dispersi che si ricompongono come in un caleidoscopio. La pura bellezza consiste nell'eliminazione del superfluo, e il mestiere dello scultore è sempre portato a 'togliere' piuttosto che ad aggiungere; Lilly è riuscita a condensare in tutta la sua opera la naturale dimensione di un 'vuoto' che evoca, nella sua fluttuante simbiosi, il 'peso' di una presenza percepita attraverso la distanza velata del sogno.

Stefano Cecchetto

 

 

Sette gatti e una donna

 

Leonetta Marcotulli crea nella scultura delle figure accattivanti, oppure queste devono il loro potere di seduzione al fatto di appartenere ad un inequivocabile dominio espressivo? Questa è la domanda che mi sono posta in prossimità di una mostra che presenta, raggruppati in stretta parentela ed affinità, sette gatti e una donna, concentrata quest'ultima in un unico atteggiamento reclinato e concluso da cui il volto si perde a vantaggio di altri elementi, mentre loro, i gatti, sono tutto-volto, sguardo, intenta attenzione. Sui caratteri della singolare famiglia si potrebbe ragionare a lungo, salvo poi a scoprire che la chiave di quella perfetta intesa sta tutta in una tenace ironia che si diletta ad inquietare lo spettatore a caccia di soluzioni simboliche. Ma se sul versante dell'immagine è l'ironia ad attirarci e la sfida ad una ricerca di senso che non si esaurisca tempestivamente, per quel che riguarda la forma ciò che conta è che le figure sono affidate a un linguaggio espressivo per così dire “classico”. Perché si tratta di scultura a tutto tondo, vale a dire di una soluzione estetica restituita al canone greco che dà ai corpi volume, peso, una sostanza materica sempre meno agganciata ai moduli leggeri del nostro presente. L'opera di Leonetta sembra rispondere a qualunque domanda si possa rivolgere alla scultura oggi, dando una risposta solo apparentemente insondabile: la scultura è scultura è scultura è scultura... Dice inoltre: il legame con l'oggetto cui si riferisce è stretto tanto da accentuarne le peculiarità; la sensuosità data dalle forme e dalle materie si arricchisce, per translato, di nuovi significanti nell'opera. E tuttavia questa, morbida voluttuosa sinopia dell'altra figura, di quella vivente, non cessa di rivolgerglisi, di colloquiare con essa ponendo a noi che osserviamo il dilemma di una scelta di autenticità, di vivezza. Situazione assai prossima a quella del sogno, allorché il sognante, accortosi di sognare, deve scegliere tra due equivalenti oppur antitetiche certezze.
Raggianti malinconiche scherzose figure di gatti, più vere del vero, ci attraggono in un gioco di rimandi che occulta la verità sempre a vantaggio della finzione, dello spettacolo, dell'inganno, del sogno.

Federica Di Castro

 

 

I gatti di Lilly

 

Leonetta e i suoi gatti cosa hanno in comune? Certamente la capacità di Leonetta di saper vivere, come i suoi amati felini, più di una vita attraversandole tutte, indenne, col suo sorriso freschissimo e la grazia arguta del suo sguardo. Vite che si confanno al temperamento di un'artista e che l'hanno vista via via protagonista dalle spericolate emozioni della carrera messicana ai religiosi silenzi dei cieli, nei suoi voli in aliante, fino al lungo sodalizio con la migliore cultura internazionale che la rendono indiscussa protagonista delle cronache dell'arte romana. Leonetta modella i suoi gatti nello studio di Trastevere ed anche questo luogo è storia: crocevia ed incontro di arte e cultura. Leonetta - Trastevere – Gatti ingredienti perfetti per un sicuro successo di queste sue accattivanti creazioni.

Angela Noya Villa 

 

 

I pacchi

di Leonetta Marcotulli

ExpoArte - Bari

 

Il mondo che Leonetta ci restituisce con i suoi pacchi, a più colori, spediti ad artisti a lei cari proviene direttamente dagli strati più profondi del suo Io. Per questo il suo lavoro si rivela come una paziente operazione assieme di memoria e di conoscenza; memoria autobiografica di una donna del nostro tempo, che si sente esuberantemente posseduta dai fantasmi e dalle visioni del passato; conoscenza della realtà attuata attraverso se stessa, con i suoi pacchi-sculture, spediti negli angoli più reconditi del suo essere e del suo esserci. E' chiaro, allora, che il riaffioramento delle pulsioni e fantasie più intime, nate nel territorio della sua immaginazione e della realtà effettivamente vissuta a Caracas sono tangibili nella sua arte. Di qui i suoi pacchi: sculture ectoplasmatiche, pacchi riverberanti le penombre del profondo, l'affollamento delle immagini, l'indefinitezza delle forme anti-naturali. La successione consapevole é nell'inconscio una contemporaneità, un essere - insieme, fenomeno che definisco col termine di sincronicità. Gli spettacoli insoliti delle sue opere sono, in realtà inusuali perché realizzati appunto sulla scorta della simultaneità e dell'elasticità che caratterizzano l'inconscio. Tuttavia é proprio questo ad essere decisivo, per l'inconscio. Ed é certamente per questo che i suoi pacchi sono di monito per ricordare una vita vissuta per l'arte.

Otto Groddek

 

 

Pacchi-scultura all'Expoarte di Bari

 

Fuori dalla retorica dell'immagine i pacchi scultura di Leonetta Marcotulli si allineano perfettamente agli enunciati dei canoni estetici consacrati dalla Pop Art. A venticinque anni dalle prime scatole di Manzoni, con la memoria degli impacchettamenti di Christo, le sue opere ci rimandano, con tutta la loro emblematicità, fortemente pregnate di più sottili significati psicologici, alla concettualità più intelligente, provocante e dissacratoria che la Marcotulli ha appreso vivendo e lavorando accanto ai maggiori esponenti della Pop Romana.

Angela Noja Villa

 

 

«La volpe e l’uva»

Omaggio alla scrittrice Flora Volpini

 

Il pollice di Leonetta Una scultura. Sola. Isolata. «La volpe e l’uva» si intitola la mostra che in questi giorni Leonetta Marcotulli inaugura allo «Studio del Canova» a Roma. Un omaggio, mi par di capire, alla ormai dimenticata autrice di «La Fiorentina». Flora Volpini. Interessante sarebbe anche sapere se Leonetta ha inteso raffigurare nella volpe o nell’uva l’intrepida e giovine autrice (credo non abbia ancora compiuto gli ottant’anni: auguri, Flora, almeno per altri cento) del suddetto romanzo. Della Marcotulli ho avuto occasione di scrivere altre volte su queste stesse pagine. Un mostro di bravura. Ho sempre fisse nella memoria le sue «Maternità»: quanto di più bello e sincero e valido si sia mai potuto offrire al «miracolo» della nascita. Pensando a Leonetta, mi ricordo del giudizio che D’Annunzio manifestò nei confronti del marchese-scultore Clemente Origo: «Artefice dal pollice potente e sprezzante». Credo ciò possa valere pure per la Marcotulli. Mi sono recato giorni addietro nel suo studio-abitazione di Via della Lungara, che mi ha suscitato il ricordo del Vittoriale degli Italiani, a Gardone. L'ultima dimora del poeta delle “Laudi”. Un bric-à-brac a dir poco fantasmagorico. Sculture, tele disseminate dappertutto, gatti a coorti. Di tutte le razze e di tutti i colori. Affettuosi con gli ospiti e, talvolta, pure bizzosi. Ecco, mi verrebbe quasi voglia di nominare l'artista Santa Leonetta dei gatti. Non siamo forse un popolo di santi, di poeti e di navigatori? In privato la nostra amica è spumeggiante e piena di verve. Nello studio è decisamente un'altra. Come Fregoli, si trasforma. Dipinge, modella, scolpisce. Non lascia spazio agli eventuali interlocutori. Il resto non la interessa. Magari ti offre da bere, ti apre uno scatolo di sigarette, ti esorta a girare per lo studio. A vedere, ad annotare, a rendersi perfino conto della sua fatica senza fatica. Ma continua, imperturbabile, a seguire il filo dei suoi pensieri. Della sua ispirazione. Ad un tratto ti accorgi ch’è chinata sul magma informe di un blocco d’argilla che, presto, con l’agitarsi delle mani assumerà dimensioni e fattezze. Mi piace osservarla mentre lavora, mentre piega la materia informe alla sua indomita volontà. E nascono così manufatti (le opere) che poi andranno ad allietare qualche casa o qualche museo. Leonetta Marcotulli ha veramente, come scriveva D’Annunzio, il «pollice potente e sprezzante». Forse, mi perdoni il Poeta, più potente che sprezzante.

Michele Calabrese

 

 

A proposito della favola

della volpe e dell’uva

Omaggio della scultrice Marcotulli a Flora Volpini

 

Una piacevole ed informale consuetudine ha visto nel tempo, diversi artisti alcuni molto noti, cimentarsi piacevolmente nella raffigurazione della furbetta volpe in disegni, incisioni e dipinti esclusivamente eseguiti per rendere un omaggio sincero e particolare verso la scrittrice Flora Volpini. Perché la volpe? Ma per giocare con il nome dell'illustre scrittrice ed il suo cognome che per assonanza ne ricorda il simpatico animale. Non ha rifuggito la consuetudine anche la scultrice Leonetta Marcotulli che con gli animali ha trovato una forma comunicativa tra lei stessa ed il suo affezionato pubblico di estimatori. Infatti, chi dimenticherà mai i gatti, plasmati dalle magiche mani di questa artista pigra e sognatrice? Soriani, selvatici tigrati e persiani nascono dalle crete ed assumono colori a volte grigi, moracci, rossi macchiati che nei bronzi e nelle terrecotte diventano vivi come se dipinti. Leonetta Marcotulli ha plasmato così, la sua «volpina», acciambellata con il tiepido nasetto che affiora di tra i setosi pelacci della sua stessa coda. Non è la solita volpe adirata dal non poter arroncigliare il succoso grappolo d'uva, ma paga perché questo è lì, adagiato sul suo grembo in attesa di divenire il gustoso pasto conquistato. E' indubbiamente emblematico che la Volpini ha ben guadagnato il suo "grappolo d'uva" e l'amabile arguzia della scultrice ne ha sottolineato l'evidenza con la magistrale costruzione scultorea. Questa scultura è stata esposta con la complicità affettuosa di Mara Albonetti nella "saletta" dello Studio del Canova in via delle Colonnette.

Lello Barresi

 

 

Le volpi di Leonetta Marcotulli

 

Volpi, volpette, volpini, volpetti, VOLPINI e da qui questo particolare omaggio che Leonetta Marcotulli ha ideato per la più celebre delle……Volpini. Flora Volpini, donna di fine ingegno e di grazia fascinosa. Il nome Flora riecheggia opulenti bellezze, giustamente per lei che della bellezza ha fatto un'intrigante mezzo di seduzione, Volpini per la sua intelligenza acuta e penetrante che l'ha portata ad essere donna e scrittrice di successo. Ottima l'accoppiata: una scrittrice ed una scultrice di successo. Leonetta Marcotulli infatti non cessa mai di meravigliarci con l'essere così duttilmente creativa. Infatti volta per volta, a seconda delle circostanze, plasma e crea quanto di più conoscono al momento; come non ricordare le sue donne, i suoi pacchi, i suoi gatti ed ora aggiungiamo le sue volpi.

VOLPE DI TERRA - VOLPE DI SOLE - VOLPE DI LUNA

Angela Noya

 

 

La volpe "appagata" e l'uva

 

La scultrice Leonetta Marcotulli, con senso ironico e giocoso, prende spunto dalla fiaba di Esopo, quella appunto della "Volpe e l' uva"; per fare un omaggio alla scrittrice e pittrice Flora Volpini. Con le sue volpi di terra, di sole e di luna, addormentate con il grappolo d'uva, ci regala questa diversa interpretazione della fiaba, giacché la volpe non solo ce la fa ad arrivare all'uva, ma serena ed appagata può distendersi ad ascoltare i rumori senza essere disturbata, sazia della sua audacia.

Marinella Salerno Suarez

 

 

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