
Donne, mai 'oggetto', nella scultura di Leonetta Marcotulli
Una donna di grande carattere, estremamente decisa, anche spericolata. Al traguardo degli 80 anni, mette ancora grande passione nel suo lavoro: quello di scultrice. Leonetta Marcotulli vive da sempre la sua vita con intensità: viaggia molto, si afferma come campionessa di automobilismo, pilota di aliante, poi giornalista collaboratrice del “Tempo” di Roma. Ma la sua grande passione è la scultura. La sua prima mostra è allo Studio del Canova, a Roma, dove espone donne enigmatiche e malinconiche. Da allora le sue opere vengono esposte in Italia, Stati Uniti, Venezuela e Argentina.
Le donne che rappresenta a tutto tondo, hanno il corpo avvolto su di sé, sono assorte nei loro pensieri, tranquille e chi le osserva viene preso da incanto. Lo spettatore è come affascinato, con lo sguardo che si perde lungo i contorni di corpi così ben definiti e morbidi. Sono donne timide nella loro nudità e i loro occhi non incrociano mai quelli dell'osservatore, che invitano alla contemplazione. Qui non è rappresentata la donna “oggetto”, ma la creatura femminile nella sua essenza. Chi osserva queste figure ha quasi il timore di interferire coi loro pensieri. I volumi sono compatti, densi e ben modulati nello spazio. Leonetta Marcotulli raggiunge questi risultati utilizzando di volta in volta materiali differenti: il marmo, il bronzo, le crete.
Così,
sono addirittura agli antipodi della donna “oggetto” le sue maternità,
che nel minimalismo della rappresentazione ricordano molto il sacro
delle Madonne rinascimentali. Commuove lo spettatore l'essenzialità del
gesto con cui la madre culla il bambino, in una linea armonica, astratta
ma rivelatrice, che da una parte sale, sagomando l'immaginario velo fino
alla sommità del volto e dall'altra ridiscende disegnando un tenero
abbraccio.
La produzione artistica della scultrice non si sofferma però solo sul mondo femminile ma spazia in varie direzioni: dalle immagini ricavate dalla fantasia o dai ricordi, alle immagini accattivanti di simpatici gatti e astute volpi. Ma Leonetta Marcotulli non si ferma a queste esperienze, e utilizza anche linguaggi della Pop Art. Un esempio è offerto dai suoi “pacchi-sculture” che rimandano a Carlo Manzoni o ai monumenti, anch'essi impacchettati, di Christo.
Donata Proserpio
Le sculture di Lilly Marcotulli come uscite dal sogno
Un "ricordo" fatto di creta
Donne immerse nel pensiero
LILLY MARCOTULLI è un "ricordo
di creta".
La creta sulla quale le sue mani "soffiavano" oggetti
muliebri usciti dal sogno o dall'incubo. Vestali di un passato che
richiama civiltà precolombiane, Americhe lontane geograficamente e
temporalmente. Catturate in slanci leggiadri o mummificati nella
proiezione forse dell'orrore. Da quegli enigmi quasi ancestrali, a poco
a poco le sue figure sono emerse in corpo e consistenza, disciolte in
movenze più prossime al quotidiano.
Ed ecco le sue donne di adesso. Ravvolte, accartocciate, misteriose come fiori non schiusi. Immerse nel pensiero, nella riflessione o più semplicemente nell'amore: punti interrogativi, rebus sospesi dai quali si attende ancora risposta o soluzione. Gomitoli di membra in posizione di difesa, racchiusi, gelosi di sé, scrigni ostinati, ma dolci, di grimaldelli della vita. Viandanti non occasionali, non certo definitive nel lento faticoso progredire in chiave freudiana. Sculture mobili-immobili, virgole delle litanie interiori di una donna in divenire. In un'analisi continua. Dove l'opera rimuove paure e consolida certezze.
Ruggero Marino
Personale di
Lilly Marcotulli
Studio del Canova - Roma
Un buon
riassunto di emozioni, Lilly, il tuo lavoro, e di impressioni ricevute.
Non saprei dirti altro, io, che le ho provate pensando alle donnine
scabre, accoccolate in atto di vibrata compassione, e silenziose, come
per l'attesa o l'ansia di mirare un lembo di armonia, la vita così
ostile ad essere, magari per un attimo, fermata. Ma in quel silenzio,
assai devozionale, rappreso nelle crete disseccate, io vedo anche le
luci, i gesti misurati, l'accenno di una azione ben pensata, passaggio
della vita che si posa sul corpo femminile e lo risveg
lia "con aria di
nuotare", come i fantasmi di Breton, la cui sostanza un poco entra
nell'amore e lei, la giovane, la "bella sconosciuta", li accoglie nel
suo seno. E’ forse predicando "l'amour fou", che hai posto mano, Lilly,
alle virtù del plasticare, per quella vigoria che induce nelle mani, ed
incita a "formare". Come diceva la Raphael, felina ed istintiva, che mi
appare, pensando al tuo lavoro: "...stava inginocchiato molto strano, la
testa china sopra il suo lavoro e pensava... e mi venne una voglia matta
di farlo spogliare e modellare". Le emozioni, Lilly, sono cosa rara, e
spesso le provano per noi: o meglio le "sopportano" per noi, avrei
dovuto dire, se è vero che nulla si conosce se non a prezzo di passione,
o di dolore. La tua scultura, per me forte e gentile, si compone di
scatti e sintesi formali, e le impressioni, tutte, ce le fa sentire. Un
sentimento elementare della vita, gioco di antiche verità, nulla più di
questo segnala l'eterna giovinezza, un mito, al quale volentieri ci si
offre in sacrificio: la forza originale, la virtù di creare, o l'energia
che prima di esprimersi contrae, un volto, due braccia sollevate, o tese
in avanti, incrociate alle gambe, forti, pronte ad abbracciare. C'è
molta felicità, nelle figure che componi, Lilly, e molta "memoria": e
proprio questo attrae, per quel sottile velo di malinconia, che non è un
velo, ma il volto stesso di ciò che piace, e nel tuo lavoro si fa amare.
Più avanti, forse, andrai con il "mestiere". Non perdere, ti prego, la
semplice virtù di riversare - in un bozzetto, in un modello, nella molle
creata - un fascio di emozioni, lasciandole vedere. Ma io, ne sono
certo, già ti vedo più esperta, raffinata, e ancora più capace di
cantare, "sempre giovane", il tuo motivo malinconico e di amore.
Duccio Trombadori
Personale di
Lilly Marcotulli
Studio del Canova - Roma
La scultura non é solo immagine, non può solo sembrare, deve, quando é tale, essere "cosa", fenomeno, essere insomma per intero, essere veramente, al di là di quello che in prima istanza può sembrare. Così, io credo, siano le sculture di Lilly Marcotulli.
Per questo, a me
uomo, le donne di Lilly hanno finito per suggerire, poco a poco, una
riflessione più sottile su quanto era in me, come idea indotta del corpo
femminile e quanto invece é in se il corpo della donna.
Questo é potuto
accadere perché le sculture di Lilly, le sue "donne", sono archetipi,
non nel senso e significato brancusiano di forma primaria ricondotta
all'essenzialità univoca e sola dell'origine, ma nei modi in cui, forse,
Marini, (i paragoni parlando di scultura siano permessi), pensava nel
suo fare, agli uomini e alle cose: ogni volta uniche e sole, colte non
nella somiglianza o nell'apparenza, ma nell'essenza irripetibile del
fenomeno.
Anche le donne di Lilly hanno in loro del fenomeno l'essenza: nate per
essere se stesse, sono quelle, é quella donna, non può essere un'altra,
anche li dove un'apparenza le riporta ad una sola superficiale
somiglianza fra loro. A
me oggi, uomo (sotto il
bombardamento incessante
dell'immagine della donna ripetuta ossessivamente nella società della
merce) la frequentazione dello studio di Lilly Marcotulli, la sua serena
amicizia di donna, più di tanti discorsi, mi ha fatto comprendere che al
di là del subdolo messaggio mercificato dell'eros con cui la società
odierna costringe alla conformazione di uno stravolto giudizio ogni
uomo, e forse poi pure ogni donna, vi é altro che conta, vi é altro che
il corpo della donna rappresenta al di là del giudizio egemone che
l'uomo ne dà. Questo altro é un'indicibile essenza di se che nulla ha a
che vedere col doppio rapporto che l'eros instaura: é la essenza
naturale dell'essere che non dipende da null'altro se non dall'essere in
se. Così le donne di Lilly, ma anche i suoi rari uomini, sembrano adesso
a me, portare tale indicibilità nel silenzio pensoso dei loro
atteggiamenti, nel silenzio raccolto di una attesa che non pone domande
ne attende risposte: semplicemente é.
Duccio Staderini
Le donne di Lilly
Ad un esame,
magari introspettivo, ma superficiale, la scultura di Lilly Marcotulli
(amica irripetibile ed unica) potrebbe sembrare una iterazione del mito
di Narciso. E chi non lo ricorda? Innamorato fino allo spasimo della sua
immagine, tanto si specchiò nella fonte sino a trovarne morte. Gli Dei
dell'Olimpo, misericordiosi, lo trasformarono nel fiore omonimo. Non
credo, tuttavia, che Lilly sia a tal punto conquistata dalla sua
proiezione muliebre. Certo è, però, ch’ella predilige le figure
femminili. Poche volte, infatti, nella sua scultura ricorrono i torsi o
le sembianze degli uomini. Forse, più che di una predilezione si tratta
di un vezzo. Tutto
femmineo. Tutto intriso di leggiadria, s'intende. Il
corpo dell'uomo, messo a nudo, secondo me è ridicolo. La perfezione, la
sintesi, la bellezza e la medesima perfezione bisogna necessariamente
cercarle nell'immagine femminile. Gli ingredienti della scultura (dal
giorno, lontanissimo, che il mondo diventò civile) è d'uopo scoprirli
qui. Un coacervo, sia pure estenuante, di concetti distillati e passati
al vaglio attraverso lo scorrere lento degli anni: dalle antiche civiltà
mesopotamiche ai nostri giorni, ricchi dei capolavori di Brancusi, Rodin,
Martini e Marino Marini. Certo, la scultura di Lilly è sopra tutto
memoria; memoria delle favole belle e mai scritte e delle parole:
pensate e non composte.Il suo oggetto, quasi un transfert (mai, però,
nel senso freudiano) è la creta; la materia con la quale Iddio plasmò
l'uomo alitandogli sopra per dargli un'anima. Cioè, l'essenza profonda e
indistruttibile della stessa nostra esistenza. Fatta, nel punto più
sublime (quand'è raggiunto) di bellezza indeclinabile. Lilly si esprime
egregiamente. Le sue sculture rappresentano il simbolo stesso della
perfezione. Slanciate, eleganti e arcuate il tanto che basta per
segnarne i limiti e i confini. Suppongo che, se fosse vissuta in tempi
diversi e più interessanti e interessati alle opere d'arte, Cellini
l'avrebbe tenuta in grande considerazione. Non sembri un'iperbole né un
paradosso. In pittura, certi raffronti non sono affatto consentiti;
apparirebbero, anzi, del tutto assurdi. Se invece si parla di scultura,
sì. Eccome! Sono addirittura icastici. Tutta la gentilezza e la
sensibilità di Lilly Marcotulli si ritrovano nelle sue opere. La
malinconia, a ben guardare, le invade. Ma questo non è un difetto.
Forse, l'artista abbonda di romanticismo. Non certo come fatto di
maniera. Bensì come un soffermarsi, brevemente, su certi canoni classici
dai quali prendere slancio per decollare verso cieli più tersi. Una
scultura, in definitiva, decorosa e corroborante. Che, indubbiamente,
invita anche a riflettere sulle nascoste e imprevedibili sorgenti
dell'arte; quand'esca, senza alcun infingimento o fronzolo, è arte pura.
Michele Calabrese
Lilly tra ‘vuoto e pieno’.
Conosco Lilly
Marcotulli da molto tempo; per certi versi devo dire che è in parte
responsabile della scelta del mio lavoro: frequentando il suo studio in
via della Lungara, alla fine degli anni settanta, ho avuto modo di
conoscere a fondo il lavoro di quegli artisti che lei incontrava come
amici, e io ammiravo come maestri e artefici di un rinnovato linguaggio
della vitalità dell’arte: Mario Schifano, Tano Festa e Franco Angeli. In
quegli anni, la dimensione materica del suo lavoro proponeva le
‘rimembranze’ di una suggestione arcaica: i suoi ‘idoli di pietra’
nascondevano ancora tracce indelebili di un passato non ancora
trascorso, rivelavano insomma la sua storia. Una storia destinata ad
evolversi, ad arrivare lontano;
Lilly evoca con la scultura, la
dimensione onirica di luoghi ‘vissuti’, di atmosfere ‘frequentate’, di
spazi ‘familiari’ che sono conosciuti perché ‘visti’; ma nello stesso
tempo sono anche ‘luoghi dell’anima’: immagini create dalla fantasia e
dai ricordi di una realtà guardata con affetto e goduta attraverso lo
sguardo della lontananza. Mi piace guardare ora una foto di Lilly
Marcotulli ripresa mentre lavora alle sue sculture, il volto compare
all’interno dello spazio vuoto, e la foto rimanda subito al concetto del
guardare ‘attraverso’: quando l’artista guarda dentro allo spazio
‘vuoto’ è la scultura che inquadra il volto? Oppure la forma è soltanto
il supporto di un vedere che va ‘oltre’. Certo l’anima di un artista
rispecchia sempre le sue origini, e Lilly ha un’origine doppia, e di
conseguenza anche l’anima è duplice: Roma e Caracas giocano un ruolo
determinante nella sua personalità; la storia antica e il mondo nuovo si
percepiscono a vicenda e si completano. L’approdo al
linguaggio della scultura esprime con la maturità una padronanza della
tecnica che rivela, nella profondità del chiaroscuro, il peso e la
posizione di un costante equilibrio armonico. Partendo da zero, dalla
materia inanimata, l’artista sfugge immediatamente alla trappola
strutturale cubista o costruttivista; non si tratta più di organizzare
dei piani, delle superfici o dei volumi in maniera ritmica; Lilly adotta
la concezione dinamica della continuità dei contorni e dei volumi; e
simultaneamente apre a delle forme plastiche sospese che lasciano
circolare lo spazio esterno nello spazio interno.
La circostanza di questo ritorno permette quindi un'analisi più attenta dell'opera di Lilly Marcotulli: l'occhio non vede altro che l'occhio, sostiene Novalis; ma la distanza del tempo riesce ad avvicinare frammenti dispersi che si ricompongono come in un caleidoscopio. La pura bellezza consiste nell'eliminazione del superfluo, e il mestiere dello scultore è sempre portato a 'togliere' piuttosto che ad aggiungere; Lilly è riuscita a condensare in tutta la sua opera la naturale dimensione di un 'vuoto' che evoca, nella sua fluttuante simbiosi, il 'peso' di una presenza percepita attraverso la distanza velata del sogno.
Stefano Cecchetto
Sette gatti e una donna
Leonetta
Marcotulli crea nella scultura delle figure accattivanti, oppure queste
devono il loro potere di seduzione al fatto di appartenere ad un
inequivocabile dominio espressivo? Questa è la domanda che mi sono posta
in prossimità di una mostra che presenta, raggruppati in stretta
parentela ed affinità, sette gatti e una donna, concentrata quest'ultima
in un unico atteggiamento reclinato e concluso da cui il volto si perde
a vantaggio
di altri elementi, mentre loro, i gatti, sono tutto-volto,
sguardo, intenta attenzione. Sui caratteri
della singolare famiglia si potrebbe ragionare a lungo, salvo poi a
scoprire che la chiave di quella perfetta intesa sta tutta in una tenace
ironia che si diletta ad inquietare lo spettatore a caccia di soluzioni
simboliche. Ma se sul versante dell'immagine è l'ironia ad attirarci e
la sfida ad una ricerca di senso che non si esaurisca tempestivamente,
per quel che riguarda la forma ciò che conta è che le figure sono
affidate a un linguaggio espressivo per così dire “classico”. Perché si
tratta di scultura a tutto tondo, vale a dire di una soluzione estetica
restituita al canone greco che dà ai corpi volume, peso, una sostanza
materica sempre meno agganciata ai moduli leggeri del nostro presente.
L'opera di Leonetta sembra rispondere a qualunque domanda si possa
rivolgere alla scultura oggi, dando una risposta solo apparentemente
insondabile: la scultura è scultura è scultura è scultura... Dice
inoltre: il legame con l'oggetto cui si riferisce è stretto tanto da
accentuarne le peculiarità; la sensuosità data dalle forme e dalle
materie si arricchisce, per translato, di nuovi significanti nell'opera.
E tuttavia questa, morbida voluttuosa sinopia dell'altra figura, di
quella vivente, non cessa di rivolgerglisi, di colloquiare con essa
ponendo a noi che osserviamo il dilemma di una scelta di autenticità, di
vivezza. Situazione assai prossima a quella del sogno, allorché il
sognante, accortosi di sognare, deve scegliere tra due equivalenti oppur
antitetiche certezze.
Raggianti malinconiche scherzose figure di gatti, più vere del vero, ci
attraggono in un gioco di rimandi che occulta la verità sempre a
vantaggio della finzione, dello spettacolo, dell'inganno, del sogno.
Federica Di Castro
I gatti di Lilly
Leonetta e i suoi gatti cosa hanno in comune? Certamente la capacità di Leonetta di saper vivere, come i suoi amati felini, più di una vita attraversandole tutte, indenne, col suo sorriso freschissimo e la grazia arguta del suo sguardo. Vite che si confanno al temperamento di un'artista e che l'hanno vista via via protagonista dalle spericolate emozioni della carrera messicana ai religiosi silenzi dei cieli, nei suoi voli in aliante, fino al lungo sodalizio con la migliore cultura internazionale che la rendono indiscussa protagonista delle cronache dell'arte romana. Leonetta modella i suoi gatti nello studio di Trastevere ed anche questo luogo è storia: crocevia ed incontro di arte e cultura. Leonetta - Trastevere – Gatti ingredienti perfetti per un sicuro successo di queste sue accattivanti creazioni.
Angela Noya Villa
I pacchi di Leonetta Marcotulli
ExpoArte - Bari
Il mondo che Leonetta ci restituisce con i suoi pacchi, a più colori, spediti ad artisti a lei cari proviene direttamente dagli strati più profondi del suo Io. Per questo il suo lavoro si rivela come una paziente operazione assieme di memoria e di conoscenza; memoria autobiografica di una donna del nostro tempo, che si sente esuberantemente posseduta dai fantasmi e dalle visioni del passato; conoscenza della realtà attuata attraverso se stessa, con i suoi pacchi-sculture, spediti negli angoli più reconditi del suo essere e del suo esserci. E' chiaro, allora, che il riaffioramento delle pulsioni e fantasie più intime, nate nel territorio della sua immaginazione e della realtà effettivamente vissuta a Caracas sono tangibili nella sua arte. Di qui i suoi pacchi: sculture ectoplasmatiche, pacchi riverberanti le penombre del profondo, l'affollamento delle immagini, l'indefinitezza delle forme anti-naturali. La successione consapevole é nell'inconscio una contemporaneità, un essere - insieme, fenomeno che definisco col termine di sincronicità. Gli spettacoli insoliti delle sue opere sono, in realtà inusuali perché realizzati appunto sulla scorta della simultaneità e dell'elasticità che caratterizzano l'inconscio. Tuttavia é proprio questo ad essere decisivo, per l'inconscio. Ed é certamente per questo che i suoi pacchi sono di monito per ricordare una vita vissuta per l'arte.
Otto Groddek
Pacchi-scultura all'Expoarte di Bari
Fuori dalla retorica dell'immagine i pacchi scultura di Leonetta Marcotulli si allineano perfettamente agli enunciati dei canoni estetici consacrati dalla Pop Art. A venticinque anni dalle prime scatole di Manzoni, con la memoria degli impacchettamenti di Christo, le sue opere ci rimandano, con tutta la loro emblematicità, fortemente pregnate di più sottili significati psicologici, alla concettualità più intelligente, provocante e dissacratoria che la Marcotulli ha appreso vivendo e lavorando accanto ai maggiori esponenti della Pop Romana.
Angela Noja Villa
«La volpe e l’uva»
Omaggio alla scrittrice Flora Volpini
Il pollice di
Leonetta Una scultura. Sola. Isolata. «La volpe e l’uva» si intitola la
mostra che in questi giorni Leonetta Marcotulli inaugura allo «Studio
del Canova» a Roma. Un omaggio, mi par di capire, alla ormai dimenticata
autrice di «La Fiorentina». Flora Volpini. Interessante sarebbe anche
sapere se Leonetta ha inteso raffigurare nella volpe
o nell’uva
l’intrepida e giovine autrice (credo non abbia ancora compiuto gli
ottant’anni: auguri, Flora, almeno per altri cento) del suddetto
romanzo. Della Marcotulli
ho avuto occasione di scrivere altre volte su queste stesse pagine. Un
mostro di bravura. Ho sempre fisse nella memoria le sue «Maternità»:
quanto di più bello e sincero e valido si sia mai potuto offrire al
«miracolo» della nascita. Pensando a Leonetta, mi ricordo del giudizio
che D’Annunzio manifestò nei confronti del marchese-scultore Clemente
Origo: «Artefice dal pollice potente e sprezzante». Credo ciò possa
valere pure per la Marcotulli. Mi sono recato
giorni addietro nel suo studio-abitazione di Via della Lungara, che mi
ha suscitato il ricordo del Vittoriale degli Italiani, a Gardone.
L'ultima dimora del poeta delle “Laudi”. Un bric-à-brac a dir poco
fantasmagorico. Sculture, tele disseminate dappertutto, gatti a coorti.
Di tutte le razze e di tutti i colori. Affettuosi con gli ospiti e,
talvolta, pure bizzosi. Ecco, mi verrebbe quasi voglia di nominare
l'artista Santa Leonetta dei gatti. Non siamo forse un popolo di santi,
di poeti e di navigatori? In privato la
nostra amica è spumeggiante e piena di verve. Nello studio è decisamente
un'altra. Come Fregoli, si trasforma. Dipinge, modella, scolpisce. Non
lascia spazio agli eventuali interlocutori. Il resto non la interessa.
Magari ti offre da bere, ti apre uno scatolo di sigarette, ti esorta a
girare per lo studio. A vedere, ad annotare, a rendersi perfino conto
della sua fatica senza fatica. Ma continua, imperturbabile, a seguire il
filo dei suoi pensieri. Della sua ispirazione. Ad un tratto ti accorgi
ch’è chinata sul magma informe di un blocco d’argilla che, presto, con
l’agitarsi delle mani assumerà dimensioni e fattezze. Mi piace
osservarla mentre lavora, mentre piega la materia informe alla sua
indomita volontà. E nascono così manufatti (le opere) che poi andranno
ad allietare qualche casa o qualche museo. Leonetta Marcotulli ha
veramente, come scriveva D’Annunzio, il «pollice potente e sprezzante».
Forse, mi perdoni il Poeta, più potente che sprezzante.
Michele Calabrese
A proposito della favola della volpe e dell’uva
Omaggio della scultrice Marcotulli a Flora Volpini
Una piacevole ed informale
consuetudine ha visto nel tempo, diversi artisti alcuni molto noti,
cimentarsi piacevolmente nella raffigurazione della furbetta volpe in
disegni, incisioni e dipinti esclusivamente eseguiti per rendere un
omaggio sincero e particolare verso la scrittrice Flora Volpini. Perché
la volpe?
Ma per giocare con il nome dell'illustre scrittrice ed il suo
cognome che per assonanza ne ricorda il simpatico animale. Non ha
rifuggito la consuetudine anche la scultrice Leonetta Marcotulli che con
gli animali ha trovato una forma comunicativa tra lei stessa ed il suo
affezionato pubblico di estimatori. Infatti, chi dimenticherà mai i
gatti, plasmati dalle magiche mani di questa artista pigra e sognatrice?
Soriani, selvatici tigrati e persiani nascono dalle crete ed assumono
colori a volte grigi, moracci, rossi macchiati che nei bronzi e nelle
terrecotte diventano vivi come se dipinti. Leonetta Marcotulli ha
plasmato così, la sua «volpina», acciambellata con il tiepido nasetto
che affiora di tra i setosi pelacci della sua stessa coda. Non è la
solita volpe adirata dal non poter arroncigliare il succoso grappolo
d'uva, ma paga perché questo è lì, adagiato sul suo grembo in attesa di
divenire il gustoso pasto conquistato. E' indubbiamente emblematico che
la Volpini ha ben guadagnato il suo "grappolo d'uva" e l'amabile arguzia
della scultrice ne ha sottolineato l'evidenza con la magistrale
costruzione scultorea. Questa scultura è stata esposta con la complicità
affettuosa di Mara Albonetti nella "saletta" dello Studio del Canova in
via delle Colonnette.
Lello Barresi
Le volpi di Leonetta Marcotulli
Volpi, volpette, volpini, volpetti, VOLPINI e da qui questo particolare omaggio che Leonetta Marcotulli ha ideato per la più celebre delle……Volpini. Flora Volpini, donna di fine ingegno e di grazia fascinosa. Il nome Flora riecheggia opulenti bellezze, giustamente per lei che della bellezza ha fatto un'intrigante mezzo di seduzione, Volpini per la sua intelligenza acuta e penetrante che l'ha portata ad essere donna e scrittrice di successo. Ottima l'accoppiata: una scrittrice ed una scultrice di successo. Leonetta Marcotulli infatti non cessa mai di meravigliarci con l'essere così duttilmente creativa. Infatti volta per volta, a seconda delle circostanze, plasma e crea quanto di più conoscono al momento; come non ricordare le sue donne, i suoi pacchi, i suoi gatti ed ora aggiungiamo le sue volpi.
VOLPE DI TERRA - VOLPE DI SOLE - VOLPE DI LUNA
Angela Noya
La volpe "appagata" e l'uva
La scultrice Leonetta Marcotulli, con senso ironico e giocoso, prende spunto dalla fiaba di Esopo, quella appunto della "Volpe e l' uva"; per fare un omaggio alla scrittrice e pittrice Flora Volpini. Con le sue volpi di terra, di sole e di luna, addormentate con il grappolo d'uva, ci regala questa diversa interpretazione della fiaba, giacché la volpe non solo ce la fa ad arrivare all'uva, ma serena ed appagata può distendersi ad ascoltare i rumori senza essere disturbata, sazia della sua audacia.
Marinella Salerno Suarez